martedì 21 gennaio 2014

PORTE MAI CHIUSE

Roberto Pinetti





Sei piccola e graziosa come sempre. Il suono della tua voce mi accarezza fresco e tranquillo, ruscello di montagna, in questi giorni torridi. Mi disseto ascoltandoti, mentre parliamo di banalità. Accorti nel non dire nulla. Nulla che tradisca l’ombra del nostro passato, dell’intimità senza difese che abbiamo condiviso: che mi hai regalato, che ti ho regalato (anche se poco e male - ora penso -) solo pochi anni fa. Non riesco. Non riesco ancora a lasciarti andare. Eppure parliamo, come due conoscenti qualsiasi, delle tue vacanze, delle mie, quelle che non ho fatto. E intanto sorridi, e mi guardi. E io, come un ladro, ti rubo lo sguardo, mi fisso sui tuoi occhi, che non si sottraggono. Allora una parte di me ti ringrazia, di nuovo, di quel piccolo, incommensurabile dono. Ti ringrazia per quegli occhi che non mi sfuggono, forse ignari del bisogno vorace che illumina i miei. Intanto, le tue piccole mani e le braccia raccolgono e depongono libri con la semplicità d’un fare sapiente. Ogni libro al suo posto, mentre accenni a giornate di mare intercalate da quelle in montagna, nella casa del tuo compagno di ora, di dopo di me. E sento ancora un’eco di dolore, una vibrazione di pelle ferita, la cicatrice in cui il variare del tempo atmosferico, ogni tanto, infila il suo gelido dito rovente. Sei piccola e straordinariamente graziosa. Perfetta miniatura di dea dell’amore perduto.

Ora, come spesso anche tu puoi vedere, passo dal negozio di libri in cui lavori e nel quale ti ho conosciuta, con la patetica continuità di chi non può farne a meno. E mimetizzo il mio scopo indicibile fra acquisti di libri e ricerche più o meno sensate. Sei piccola e soavemente graziosa anche mentre incido un saluto nell’aria condizionata della libreria e scendo le scale, cercando di non accorgermi del senso di vuoto e dolore che, ogni volta, mi costa lasciarti. Ma ho ancora i tuoi occhi nei miei e stenta ad evaporare il fremito che m’accompagna, nonostante il calore della piazza assolata. Parlavi con me solo un attimo fa. Ti ho salutata fingendo una serenità mai sentita. Ho misurato le parole con la consumata esperienza di chi ha imparato a spegnere ogni speranza di fronte al proprio desiderio. Di chi crede da tempo che un perverso incantesimo gli toglierà qualunque cosa egli veramente desideri.

Ricordo con un pò d’imbarazzo il mio pianto per l’uccellino caduto dal nido e rimasto senza fiato, nonostante il prodigarmi a nutrirlo. Presagio di doloroso tramonto, all’alba del nostro incontro. Ricordo d’aver pensato.. d’aver temuto.. d’avere sentito che quella non era un’immagine assurda, il tragico epilogo d’un caso insensato. Ma il segno evidente di ciò che s’apprestava a succedere. E, in fondo, la piccola, cara, Mara, non appariva dissimile ad un uccellino caduto dal nido, ai miei occhi più vecchi dei suoi di quindici primavere, e autunni, ed inverni.. E netta, e terribile, si stagliava l’analogia del mio inutile tentativo di sfamare e far vivere quel piccolo volatile inerme, con la speranza, un pò timida e goffa, di nutrire quella relazione sproporzionata, quell’amore nato sghembo come il passo zoppo di due gambe asimmetriche. Fra leggerezze per me insostenibili e profondità in cui Mara annaspava senza scampo, fra le mie pesantezze e le sue frivolezze, fra il mio senso del dolore e la sua ricerca della felicità, si formavano paludi d’incomprensione in cui ogni passo era difficile e poteva essere l’ultimo. Sapevo bene che c’era un modo più facile. Facile, per me, come essere un altro uomo! Sapevo già troppe cose e tante di queste mi mordevano la coscienza come una muta di cani ad azzannarmi i polpacci, senza darmi tregua. Allora non mi pare strano che Mara trovasse un ascolto più affine. Un giovane più simile a lei, almeno per gioventù, che forse sentiva e capiva ciò che "si doveva capire" e non altro. Che la consolava per le ferite inferteci nelle reciproche incomprensioni.
 E, forse, le dava risposte più ovvie, più attente alle sue (legittime) attese, piuttosto che tendere sempre lo sguardo nell’oltre come io già facevo, non sapendo fare altrimenti.






3 commenti:

  1. Penso che sia uno scritto meraviglioso, dove traspare sempre il lucido dolore di chi sa, di chi sa gia! Parla il cuore, il cuore ricolmo di dolore, come se, nulla esista a dar pace a questo tomentato cuore, alla ricerca sempre di se stesso!

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  2. Bellissimo sentire parlare il cuore! Il cuore ricolmo di triste nostalgia di chi sa, di chi sa già. Parla Lui, così sempe dolorante, sofferente, senza mai pace, alla continua ricerca di serenità e comprensione. Un cuore grande e ricco di forti emozioni.

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  3. Concordo, gentile Gabriella, con lei.
    Ribadisco una personale opinione rispetto alle, ahinoi, sempre più rare teste raffinate: poco e nulla vale una mente se scollegata al cuore.
    Sono convinta che la grandezza di un Uomo o Donna si misuri, anche, dalla capacità introspettiva e Roberto possiede, sicuramente, tutte le capacità o qualità da me summenzionate.
    L.

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