sabato 13 febbraio 2016
mercoledì 28 ottobre 2015
Cattive sensazioni
Provare un sentimento di vergogna per qualcosa che mi riguarda è sensazione disagevole.
Riesco a fatica, solo quando il visibile vermiglio cede il posto al normale colorito delle mie gote, a giustificare tale impaccio.
Diversa cosa è il sentimento incontrollabile di vergogna che, nonostante sia consapevole di non aver alcun “diritto” su di esso, come un guizzo invadente si palesa quando il suddetto imbarazzo lo provo per l’altro; al suo posto.
Sensazione orribile, obbrobriosa la quale, quando è da me percepita, avvolge, come bava di lumaca, l’idea che del soggetto in questione m‘ero fatta, trasmutandolo integralmente e indelebilmente ai miei occhi.
venerdì 5 giugno 2015
Lasci la scia, lasciati
È tutto un lascito.
Lascia stare
Lascia che sia
Lascia fare
Lascia che dicano
Lascia che facciano
Lasciati trasportare
Lasciati andare
Lasciati consigliare
Lascialo andare
Lasciati
mercoledì 27 maggio 2015
Questa mia a Voi per...
Nonluogo, 27 maggio 2015
Caro signore,
il nostro tempo non è il mio rimpianto... è solo il vostro.
il nostro tempo non è il mio rimpianto... è solo il vostro.
Vostra Io
lunedì 25 maggio 2015
Caro cumulo di fogli solcati da una HB...
Giornata pesa, caro cumulo di fogli solcati da una HB.
Talvolta cerco di immaginarti con fattezze umane, in fondo mi accompagni, tranne alcuni periodi, da tutta la vita.
Sarò una maniaca, affetta da ossessione di sfogo su carta?
Non ti pare ch'io sia un po’ attempata per avere ancora il “diario personale”?
Rileggere Loredana poco più che bimba, devi sapere, che m’intenerisce.
Nessuno leggerà quegli scritti, alla fine organizzerò un falò, brucerò tutto di me e di te.
A ben pensarci, fatte salve le fisicità, tu sei un amante appagante.
Solo vorrei, che di tanto in tanto, mi rispondessi, non è cosa buona avere sempre la tua tacita e discreta approvazione.
In fondo non sono mai cambiata.
Da piccina avevo l’amico immaginario; il folletto. Buffo lui che si abbarbicava sull'armadio della zia Lina. Piccino e velocissimo mi faceva tanto ridere.
In seguito arrivasti tu, o per meglio dire, il primo te arrivò dopo l’ennesimo blocco di carta e matita che chiedevo in dono alla mia mamma.
Blocchetti a quadretti che annusavo e carezzavo, ma che lasciavo, immancabilmente, senza segni di vita, intonsi e profumati di carta.
Maledetta mania: la carta.
Nel mio mondo esistono uomini di carta, con veri cuori di carta, carta velina stropicciata.
Perché mai il mio mondo dovrebbe integrarsi con il mondo vero?
Il mondo vero non è come io lo vorrei.
Neologismi insopportabili riempiono le mie orecchie, mi disturbano e tal volta m’inquietano.
Ero, oggi, appena uscita dalla Gam, sì, lo sai che amo da impazzire quel luogo.
Salita in metro, ascoltavo Stravinskij parlare con la sua Vera, immaginavo un loro dialogo, così come cercavo di vedere ancora il mio amato Casorati.
Tutto era armonioso, tutto in “sezione aurea”, il mio mondo funzionava alla perfezione.
Cercavo di guardare con gli occhi del maestro il paesaggio di Pavarolo, immaginavo Daphne e Francesco da piccino quando la mia attenzione veniva catturata da due fanciulle.
Le due erano spalmate sui sedili di fronte al mio.
Un loro improbabile dialogo mi stava investendo.
Una chiedeva all'altra: <<Oh, ma “Tizio” è un trombamico o lo lovvi?>>.
Hai capito cumulo di fogli disorientato? Trombamico è una sorta di “cosa umana” che si usa e si getta via.
Un amico/amante.
No, mi sbaglio; amante è una delle più belle parole del dizionario.
Amico è altra cosa, ma un vocabolo altrettanto bello.
Un trombamico è, appunto, una cosa.
Come cosa vuol dire lovvi?
Voce del verbo lovvare, no!
Sì, sto invecchiando… io uso ancora la voce del verbo amare.
martedì 5 maggio 2015
venerdì 24 aprile 2015
martedì 21 aprile 2015
lunedì 13 aprile 2015
Tu; il mio specchio, il mio doppio… una moltitudine di “io”
“Dico sempre quel che penso”.
Quante volte sentiamo questa frase e quante volte l’ho proferita io!
Ho trascorso buona parte della mia esistenza con la convinzione che esternare a chicchessia ciò che pensavo fosse buona cosa.
Lo sono stata per molto tempo, esteriorizzando, perciò e con estrema facilità, tutto quel che mi passava per la mente.
Oggi, ormai da un bel po’, questa convinzione non è più mia, invero, mi appartiene il suo opposto.
Inizialmente ho cambiato il mio pensiero e il mio comportamento per la necessità di proteggermi.
Appalesare sempre e comunque ogni mia opinione mi denudava, mostrando soprattutto le innumerevoli fragilità che mi appartenevano.
Debolezze le quali divenivano spesso armi che, previo mio consenso per scarsa consapevolezza, mi ritrovavo puntate addosso dal "plot-One" di turno.
Poi c'ero nuovamente io, io che sono anche l'altro e che lo sono sempre stata.
L'altro; vestito di cicatrici invisibili, altra esistenza, altri pensieri, diverse pulsioni e reazioni.
Quali e quanti diversi modi di affrontare o fruire il macigno, il sassolino, il granello di sabbia dai miei?
Mi domandavo chi fossi per vomitare addosso all'altro tutto ciò che passava per la mia mente.
Abortivo pensieri senza curarmi di quel che avrebbero potuto cagionare.
Si trattava, molto probabilmente, dell'erronea attribuzione del sinonimo falso a silenzio.
Tacere è rispetto, oggi per me.
Tenere nell'anticamera della bocca ciò che penso è anche assunzione di responsabilità nei confronti dell'altrui esistenza.
Opinioni personali, spesso poco ponderate, liberano solo noi stessi da ciò che nell'altro riconosciamo e che non accettiamo, ma che nel contempo non facciamo nulla per cambiare.
Tuttavia, se così non fosse, mi domando perché io debba offrire, sebbene in forma di giudizio, una sorta di soluzione.
La capacità o incapacità d'introspezione è intima ed estremamente individuale, non necessariamente uguale, ma neppure simile, alla capacità o incapacità d'introspezione di un altro individuo.
Di fatto il confine tra falsità e silenzio non è poi così labile, anzi… e non significa neppure votarsi a una sorta di “martirio” tacendo sempre.
Mandare a quel paese qualcuno, talvolta io lo faccio senza se e senza ma, risulta essere un atto estremamente liberatorio, del quale personalmente raramente mi pento.
Adotta anche tu l'attimo di silenzio e paga il tuo conto, non farlo pagare ad altri, smaltisci i tuoi rifiuti dopo esserti domandato: “Quante persone nella vita mi hanno chiesto cosa pensassi di loro?”.
A me… neppure una.
Foto:
L’enigma umano di Giorgio Kienerk.
(Ti ho dedicato tanto; ti ho dedicato uno sguardo)
lunedì 1 dicembre 2014
Caro cumulo di fogli solcati da una HB...
Com'è difficile immaginare d’esser qualcun altro, mio caro cumulo di fogli.
Ho parcheggiato, in malo modo, l’auto davanti alla stazione del Lingotto.
Attendevo l’arrivo di una persona e la presa di possesso, sebbene relativamente momentanea, di un pezzetto di posteggio delle auto gialle, non mi permetteva di allontanarmi dalla mia vettura.
Pioveva a dirotto, decido, quindi, di seguitare nella lettura del mio libro.
Ero in procinto di ri-visualizzare i personaggi del racconto in questione e di udire nuovamente le loro voci, quando un movimento, a lato del mio occhio sinistro, catturava la mia attenzione.
Le gocce di pioggia, dapprima tondeggianti, assumevano, successivamente e a causa del loro scivolare giù per il vetro, forme amorfe un po’ allungate, deformando in parte la figura che si muoveva come un’ombra sul marciapiede attiguo.
Marciapiede dove sono situati i cassonetti della raccolta differenziata.
Ecco; lui appariva e scompariva lì.
Sì, mio caro cumulo di fogli, sembrava una timida ombra con ombrello.
Poteva essere mio figlio?
È stata la prima domanda che mi sono posta; sì, la risposta.
Più che decorosamente acconciato, con i jeans inzuppati d’acqua sino alle ginocchia, raccoglieva pezzetti di carta da terra e li deponeva nel cassonetto preposto alla sua raccolta.
Dapprima m’è parso un gesto normale, giusto, ma se così fosse stato la mia attenzione non sarebbe stata rapita, quindi c’era altro.
Infatti, dietro a quel gesto, c’era molto di più; c’era il vuoto.
Il ragazzo Ombra gestiva una sorta d’inventario del piccolo rifiuto di strada.
Lui cercava di pareggiare il quantitativo del “lascito pedonale” che vi era all'interno dei vari cassonetti, oltre e dopo aver colto tutto il raccoglibile da terra.
In seguito appallottolava carta, fradicia d’acqua, e la disponeva in fila sul tratto di strada adibita al passaggio dei mezzi pubblici, formando così una specie di esercito di palle di carta molle.
Esercito di soldatini immobili ai quali lui non impartiva alcun ordine.
Egli li osservava in silenzio e dopo pochi minuti disfaceva la sua trincea, quindi ricominciava, meticolosamente e a partire dalla raccolta del più piccolo rifiuto, tutto il giro tutto daccapo.
Il lavorio del ragazzo Ombra, mio caro cumulo di fogli, mi ha fatto tanto pensare.
Ho cercato di essere lui, ho provato a visitare il suo “vuoto”.
Mi sono infiltrata quanto più ho potuto.
I gesti compiuti con quella mano, mentre l’altra reggeva l’ombrello, erano ritmati, precisi, come fosse un compito che era sua abitudine eseguire.
L’ho immaginato come una sorta di bibliotecario del rifiuto, lui che quasi codificava ogni singolo pezzetto di “qualche cosa”.
Ma quella mente come passava, filtrava e infine come codificava il non codificabile? Quale forma dava all'astrazione pura?
Sai, tu sai bene, cosa penso della bellezza della mente umana, cumulo di fogli, e sai quanto il suo funzionamento eserciti su me un fascino estremo, così come l’esatto suo contrario.
Be’, quindi puoi immaginare quali e quanti pensieri, fantasie io abbia avuto osservando, sottecchi, Ombra.
Quanti immaginari scaffali stava riempiendo e di cosa?
Quel dialogo muto, il rapporto con la “cosa” inerte, scartata era l’unico ponte che lo univa, impercettibilmente, a un altro invisibile individuo che, in chissà quale momento precedente, aveva usato le mani per gettare il rifiuto.
Lui raccoglieva, accudiva, sistemava, catalogava il “rifiuto”; negando, forse e così, a se stesso una realtà dolorosa.
Quell'esistenza quante porte ha chiuso?
Una domanda che ha suscitato in me dolore e malinconia.
Ho immaginato la bellezza di un primo bacio, di una carezza; ho fantasticato sulla potenza che solo le palpitazioni di un appuntamento galante ti danno.
Forse… chissà, il suo esercito di soldatini di carta fradicia lo aiutava a “rifiutare” il dolore e insieme a lui tutto il vivibile.
Il vivibile…
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