Marcella di Ernst Ludwig kirchner, foto dal web
lunedì 11 giugno 2018
lunedì 14 maggio 2018
Perdite
si perde, si perde tanto.
La maturità ti toglie la capacità di dialogare con le tue stesse lacrime.
La maturità ti priva della tenerezza...
si perde, hai perso tanto.
La maturità ti toglie la capacità di dialogare con le tue stesse lacrime.
La maturità ti priva della tenerezza...
si perde, hai perso tanto.
J. Brel
Ne me quitte pas
mercoledì 7 marzo 2018
Emoziona-ti
Una mattina iniziata
come tante altre; tutto storto.
Telefonata
spiacevole, treno, come quasi sempre, in ritardo.
Il mio costante
intento di circondarmi di “bello”, con l'unico scopo di
sopravvivere alla bruttura che ci circonda, messo a durissima prova.
Stazione di Porta
Nuova a Torino, l'arrivo, la corsa nell'atrio, il bus alla fermata n°
40 della GTT. L'autista, probabilmente intenerito dal mio ansimare
per la volata, apre le porte fuori fermata.
Un piccolo raggio di
sole, è già molto.
Pullman gremito. Al
fondo il vociare di una scolaresca di nanetti. Il chiasso bello,
bello come la loro pelle diversamente colorata.
Nanetti da asilo, oh
scusate; scuola materna.
Una piccola e
deliziosa voce rivolge una domanda alla maestra in piedi vicina a
loro:
“Maestra cosa vuol
dire emozionato?”
Emozionato,
emozioni… eccolo il bello del mio giorno. Un nanetto che pone, alla
povera maestra, una delle domande più difficili; cosa sono le
emozioni.
Bello il mio
nanetto, bello lui. Buona vita tesoro, buona vita chiunque tu sia e
scusaci, se puoi, per l'aridità che ti stiamo lasciando.
lunedì 3 luglio 2017
sabato 17 giugno 2017
Opportunismo e carità
In
realtà, caro culo di fogli, il principio è che basterebbe
chiedere.
Si possono comprendere le posizioni di quasi tutti.
Mi è capitato di elargire un po' di denaro; a chi non capita? .
Si possono comprendere le posizioni di quasi tutti.
Mi è capitato di elargire un po' di denaro; a chi non capita? .
Mi
sono, dapprima, sentita un po' usata, infastidita
da quella sordida
forma
di opportunismo.
Il mio sentire è svanito lasciando il posto al, molto meno nobile,
sentimento di pena. Ho considerato
il
significato di “obolo”, ho cercato sul vocabolario la sua precisa
accezione No, non è il termine esatto, non
è quello adeguato. Poi, non
paga, ho cercato i suoi sinonimi. No, nessun sinonimo rendeva
giustizia, anzi,
confermava l'imprecisione. La stanchezza e quell'odioso senso di pena
ancoravano nel mio profondo la fissazione. Così ho ripreso in
considerazione "elemosina" che in un primo momento avevo
scartato perché m'era parso un po' gravoso.
Elemosina.
"Le parole hanno un peso", mi dico e ancora discetto sulla portata e sulla personale responsabilità. Disquisisco a lungo sulla portanza dei vocaboli usati male, stropicciati a dovere e su come, espulsi dalla mia bocca o dalla mia penna, gli stessi lascino la loro bava a rammentarmi l'assoluta responsabilità. Decido, allora, di ben controllare.
Treccani, ai sinonimi di elemosina, scrive: beneficenza, carità, elargizione, aiuto, soccorso. Scrive anche offerta che si fa in chiesa o agli ordini mendicanti e poi colletta, questua.
"Le parole hanno un peso", mi dico e ancora discetto sulla portata e sulla personale responsabilità. Disquisisco a lungo sulla portanza dei vocaboli usati male, stropicciati a dovere e su come, espulsi dalla mia bocca o dalla mia penna, gli stessi lascino la loro bava a rammentarmi l'assoluta responsabilità. Decido, allora, di ben controllare.
Treccani, ai sinonimi di elemosina, scrive: beneficenza, carità, elargizione, aiuto, soccorso. Scrive anche offerta che si fa in chiesa o agli ordini mendicanti e poi colletta, questua.
Be'…
elemosina è proprio il termine perfetto!
Penso
che l'entità, la cifra in denaro sia
assai relativa. Si possono elargire elemosine di pochi centesimi, di
qualche euro, di dieci, di venti euro e
anche di più.
Si può fare la carità in tanti
modi.
Si può dare elemosina per mille e più cause. Si
elargiscono denari per
tacitare
sensi di colpa, per ringraziare silenziosamente la miglior sorte capitataci, per continuare a non vedere e a non ascoltare, per suggellare con quell'azione la nostra (solo illusoria) superiorità sociale.
sensi di colpa, per ringraziare silenziosamente la miglior sorte capitataci, per continuare a non vedere e a non ascoltare, per suggellare con quell'azione la nostra (solo illusoria) superiorità sociale.
Insomma,
dietro a un gesto così apparentemente altruista si possono
nascondere biechi sentimenti.
Alla
fine, dopo aver espulso il sentirmi usata, son riuscita a tacitare
anche quel senso di pena che tanto stretto sentivo.
Sarebbe
bastato usare le parole, sarebbe bastato formulare una semplice
richiesta o, ancor più semplicemente, attendere che fossi io a
offrire. Atto che avrei compiuto sicuramente.
Invece
no.
Ho
dato, quindi, un'elemosina che ha azzittito in un colpo solo il
disagio, la pena e mi ha tolto anche l'incombenza di un saluto.
Paul Gauguin, autoritratto 1888
Fabrizio De André, Giugno '73
Tua
madre ce l'ha molto con me perché sono sposato e in più canto però
canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a vergognarsi
di me.
La gazza che ti ho regalato è morta, tua sorella ne ha pianto, quel giorno non avevano fiori, peccato, quel giorno vendevano gazze parlanti.
E speravo che avrebbe insegnato a tua madre a dirmi "Ciao come stai ", insomma non proprio a cantare per quello ci sono già io come sai.
I miei amici sono tutti educati con te però vestono in modo un po' strano mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi:
"Sono loro stasera i migliori che abbiamo ".
E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato.
I miei amici ti hanno dato la mano, li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano.
E tu aspetta un amore più fidato il tuo accendino sai io l'ho già regalato e lo stesso quei due peli d'elefante mi fermavano il sangue li ho dati a un passante.
Poi il resto viene sempre da sé, i tuoi "aiuto" saranno ancora salvati.
La gazza che ti ho regalato è morta, tua sorella ne ha pianto, quel giorno non avevano fiori, peccato, quel giorno vendevano gazze parlanti.
E speravo che avrebbe insegnato a tua madre a dirmi "Ciao come stai ", insomma non proprio a cantare per quello ci sono già io come sai.
I miei amici sono tutti educati con te però vestono in modo un po' strano mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi:
"Sono loro stasera i migliori che abbiamo ".
E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato.
I miei amici ti hanno dato la mano, li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano.
E tu aspetta un amore più fidato il tuo accendino sai io l'ho già regalato e lo stesso quei due peli d'elefante mi fermavano il sangue li ho dati a un passante.
Poi il resto viene sempre da sé, i tuoi "aiuto" saranno ancora salvati.
Io
mi dico è stato meglio lasciarci che... non esserci mai incontrati.
sabato 10 giugno 2017
Musei e Musei...
Mi
piace stare con me. Mi piace concedermi, quando possibile, piccole
vacanze in solitudine.
Alcune
volte questo mio fare è accolto dalle persone che mi sono care, con
una forzata tolleranza e non con la comprensione piena che mi
aspetterei.
La
solitudine che mi spaventa è quella “accompagnata”, è
l'isolamento nel caos.
La
vacanza, per molti, è strettamente legata all'allontanamento dalla
città in cui si vive, non per me.
Una
passeggiata senza meta con il maso all'insù o all'ingiù è una
pausa piacevole come lo è la visita a una mostra o a un museo; una
sospensione.
Uno
dei luoghi che prediligo è il museo. Musei, nella mia vita ne ho
visitati “alcuni”. Rarissimi i casi in cui non mi siano piaciuti.
Torino offre, a cominciare dal celeberrimo Egizio, una ampia e ricca
scelta. Il turista, il vacanziero, il villeggiante che arriva o passa
per Augusta Taurinorum ha di che soddisfare le proprie voglie in
merito ai suddetti luoghi.
Giovedì
scorso anziché pranzare ho deciso di trascorrere il paio d'ore che
avevo a disposizione per visitare due musei torinesi.
Uno
mi era stato caldamente consigliato da un caro amico; il Museo della
Frutta di Francesco Garnier
Valletti situato nella zona
di San Salvario in via via P. Giuria, 15.
Sempre
allo stesso indirizzo e al medesimo piano, dal 2009, vi è ospitato
anche il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, che ho
potuto visitare dopo
essermi ripromessa svariate volte di farlo.
Mostro
all'entrata la mia tessera Musei e subito vengo accolta da personale
eccellente, preparato e
cortese.
Mi
rendo conto immediatamente di trovarmi in un luogo fuori dal comune e
fuori dal tempo liquido che, mio malgrado, son costretta a “vivere”.
Marco
Ezechiele Lombroso detto Cesare si
laurea in medicina nel 1858 a Pavia con un elaborato sul cretinismo
in Lombardia. Istitutore
dell’antropologia
criminale che
nasce a seguito di un'autopsia sul corpo del brigante calabrese
Giuseppe Villella nel 1870.
Il
museo dedicato a lui ospita,
oltre una ricca raccolta di teschi umani, moltissimi manufatti di
carta, legno e stoffa. Disegni anatomici, fotografie, corpi di reato.
Elaborati artigianali e
artistici
provenienti da manicomi
e carceri, materiale della
seconda metà dell'Ottocento
e
prima parte del Novecento.
Be',
quello che mi ha rapita è proprio l'alto
livello artistico
dei reperti. Son rimasta di stucco., mi trovavo all'interno del più
bel museo da me finora
visitato.
Ancora
in tempo per un secondo assaggio e con gli occhi pieni di meraviglia
varco la soglia dell'attiguo Museo della Frutta.
Come
inebetita mi trovo al centro di questa sala colma di riproduzioni
perfette
di ogni tipo di mele, pere,
uva; insomma ho voglia di urlare : “ Sig.
Valletti voi siete un meraviglioso folle!”.
Queste
opere d'arte nate dalle mani di questo splendido modellatore di
Giaveno, un ceroplasta abilissimo.
Quei frutti paiono veri, vivi.
Sono
lì, immobili. Lì,
in bella mostra.
Una
voce piacevole e familiare giunge dal fondo della sala, da un piccolo
e discreto schermo
arriva la suono vocale e il portamento di Vittorio Gasman.
Bella
sorpresa, bello vederlo qui,
qui esattamente
dove sono io.
Quella
voce così importante, quel suo Italiano… nessuno meglio di lui.
Anche in questo, non così banale, dettaglio hanno avuto un gran
gusto.
Quei calchi
dei frutti sono costruiti con superba maestria dall'artista Garnier
Valletti.
Curiosa
come una bertuccia scopro, leggo che gli stessi sono composti da una
mescola di pece greca, dammar (resina) e biacca.
Insomma,
i due musei mi hanno arricchita, sono stati corroboranti.
Tornerò
presto, dedicherò loro tutto il tempo possibile.
Tornerò
con il mio blocco schizzi, lì un pittore dovrebbe quasi viverci.
Ho
passato un paio d'ore in ottima compagnia e non mi son sentita sola
ma in solitudine.
http://museolombroso.unito.it/index.php/it/
http://www.museodellafrutta.it/navigazione/informazioni.htm
Immagini dal Web
venerdì 2 settembre 2016
lunedì 22 agosto 2016
La società è malata; che muoia la società!
Sono spesso tacciata d'esser cinica, quando va bene, o, quando va male,
d'esser una vera bastarda; sarà vero, non lo so e neppure
m'interessa saperlo.
Uso
sempre meno, e sempre più con notevoli restrizioni ai più o ai meno, i famigerati social: FB in testa.
I
miei contatti sono pochi, rispetto alla media dei possessori di
profili, e di quei pochi, di tanto in tanto, ne elimino qualcuno per
mancanza d'interazione.
Non
rientra nei miei interessi possedere un “supermercato di carne
informe e virtuale”.
Se
un social non socializza mi pare perda anche quel misero scopo.
Il
lezzo di solitudine che emettono questi non luoghi spesso
m'intristisce ed è, anche, per codesto motivo che il mio accesso
diviene talvolta sporadico.
Attribuisco,
tuttavia, agli stessi alcuni meriti.
Ho
ritrovato persone delle quali avevo perso le tracce, ho riallacciato
un rapporto personale molto importante, ho conosciuto persone che
oggi mi sono care e altre che care non lo sono più.
Ho
aderito a svariate pagine musicali o d'informazione, posso sapere, e
quindi visitare, mostre e spazi di mio interesse.
Mi
è stato possibile avere contatti con curatori, critici, galleristi e
associazioni; ho ricevuto messaggi personali il cui pensiero ancora
mi commuove e molto altro.
Viviamo
un tempo strano, un tempo di transizione che ci fa paura perché non
sappiamo dove ci condurrà. Mi pare estremamente adeguato definirlo,
così come fa qualche giornalista, un tempo liquido il cui
contenitore è invisibile.
Talvolta
percepisco questa nostra società come una sorta di grande piazza
gremita da individui chiassosi, persone intente a raccontare, ognuno,
la propria fiaba.
In
questo nostro strano modo di fingere una “dignitosa”
sopravvivenza, e un ancor più falso “va tutto benissimo
(pronunciato con almeno 4 esse), non sappiamo più vergognarci.
La
vergogna è sentimento che non ci appartiene più… e si vede.
Quel
vermiglio che invade con calore le gote, quell'impulso che ci
vorrebbe sotto delle pezze nascosti al mondo intero, ecco; quella
sensazione di disagio che, dopo essersi impossessata delle guance,
pervade tutto il corpo e che si avvinghia come un polipo allo
stomaco; quel sentire noi lo abbiamo perduto.
L'assenza
pressoché totale del suddetto sentimento si ravvisa in ogni comparto
della nostra malata società.
Una
classe politica che a definirla disgustosa è farle un gran
complimento, che comunque, ci piaccia o meno, è il nostro specchio;
il nostro doppio… siamo noi.
Genitori
impazziti che, riconoscendo genialità nei propri pargoli, genialità
che vedono solo loro perché, evidentemente, si drogano pesantemente,
rompono i cabbasisi al globo intero con la loro incessante invasione:
vedere scuola, per fare un solo esempio su mille.
Vergogna
senza la quale manca la capacità analitica, l'onestà intellettuale
e la giusta dose di umiltà che ci permetterebbe di scusarci con il
prossimo.
Siamo
dei codardi disonesti che, anche grazie alla virtualità, riusciamo a
imbellettarci celando, così, una misera esistenza.
Vite
fatte di solitudine e pochezza intellettiva, per non parlare della
pressoché assente intelligenza emotiva. Non ho le carte in regola
per scrivere quanto dobbiamo addebitare all'uso, spesso compulsivo,
dei social, questo è un compito che spetta a sociologi e psicologi,
ma è certo che lo stare nascosti dietro a un “paravento” non fa
di noi degli impavidi.
Quasi
come se fossimo formiche ubriache capitate nella centrifuga di una
lavatrice, viviamo così questo tempo veloce e incomprensibile.
“Non
ho capito dove sei in vacanza perché sul tuo profilo FB hai scritto
niente e poi perché non rispondi ai miei commenti?”
Questa,
per sommi capi, la frase che un mio amico ha proferito in una
telefonata.
Voglio
precisare che prima di pubblicare queste righe ho fatto a lui il
discorso sulla vergogna, preciso, inoltre, che mi è stato concesso
il permesso di citare la sua frase.
Ma
quel che mi preme chiarire è che la persona in questione è uomo
innanzitutto molto intelligente, colto, con una posizione sociale
invidiabile e, fattore non trascurabile, assai affascinante.
Fatte
le debite precisazioni e avendo indotto alla “vergogna” il mio
interlocutore per le oscenità da lui proferite, ho chiarito alcune,
per me urticanti, motivazioni sul mio distacco progressivo dai non
luoghi… dopo la più importante: la mortificazione di tutti i miei
sensi.
Il
disamore, se di amore precedente si può parlare, è avvenuto
osservando quanto privato viene sbattuto allegramente in piazza.
Messaggi
che, per rispetto verso l'altro, dovrebbero essere recapitati
direttamente al destinatario dal mittente in persona vengono, invece,
elargiti al “pubblico” il quale, ignaro del vero senso di quella
pochezza e incapace di “tacere”, risponde come se fosse un coro
di sorci squittenti, topi che si nutrono d'immondizia senza valore.
Ho
passato un po' di tempo a curiosare alcuni profili, non solo quelli
dei miei contatti, prima di provare un senso di pura e profonda
tristezza.
Ho
spiato, soprattutto, i commenti a frasi e altro.
Spesso
accozzaglie di insensate frasi farcite di superlativi
“assolutissssimi” e lodi sdolcinate con evidenti tentativi di
emergere da quell'anonimato che, in questo oggi, risulta tanto
fastidioso.
Nel
mio attacco di voyeurismo statistico ho riscontrato, inoltre, un uso
smodato di quelle faccine (emoticon).
Bamboccetti
che spruzzano cuori e aMMore a volontà.
Le
animazioni inondando le righe, piccoli spazi messi a disposizione dal
domatore occulto, con quella felicità in plastica tanto in voga e
che, calorosamente, ci ordinano di mostrare.
Il
destinatario non ne esce meglio, anzi, per molti versi assume le
sembianze di un penoso vanesio che pare ricercare, nei plausi della
platea di spilli impazziti, la soluzione definitiva al suo, palese,
complesso di inferiorità.
Se
poi il “ricercatore o ricevitore” di tali attenzioni assume, come
uso o tattica, il silenzio, ossia non degna la platea neppure di un
misero, ma tanto agognato, “mi piace”, ecco che allora riesce
nell'intento di indurre tacitamente il poveretto/a a credere nella
sua preminenza.
In
questo mare di strazianti tentativi di emersione vi sono, è onesto
scriverlo, profili molto ben gestiti.
Pagine
personali delicate infarcite di buona musica, notizie importanti e
intelligenti disquisizioni.
Solitamente
sono profili adoperati con scopo divulgativo, ma anche con quella
giusta e garbata dose di frivolezza.
Sono
tuttavia il numero minore.
Se
riuscissimo ancora a vergognarci sparirebbe la stragrande
maggioranza di questa classe politica.
Riusciremmo
a fruire di buone letture giornalistiche, evitandoci fastidiose
gimcane fra articoli di prezzolati scribacchini.
Vi
sarebbe una moria di punti esclamativi e un pensiero rivolto ai
defunti superlativi assoluti.
Se
ci riappropriassimo del sentimento succitato tornerebbero,
timidamente e discretamente, congiuntivo e condizionale, sparirebbe
Io, Io, Io e gli scarrafoni sarebbero belli a mamma loro e, per
libera scelta, a pochi altri.
Insomma:
il rossore del volto ci farebbe apparire più simili a degli umani
lasciando ai sorci il loro squittire.
Ma
che muoia questa società fatta anche da me!
domenica 14 agosto 2016
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